Referendum e Giustizia: c’è chi dice No

1 Aprile 2026

Non un voto contro qualcuno, ma per qualcosa: la Costituzione come ultimo punto fermo

C’è chi dice no, cantava Vasco Rossi. E non è un No urlato, ideologico, di parte. È un No silenzioso, profondo, quasi istintivo a mio avviso. Un No di quelli che arrivano quando qualcosa non convince, quando si avverte che sotto la superficie c’è altro. Quando si sente, semplicemente, odore di forzatura. Il risultato del referendum sulla Giustizia va letto così. Non come una vittoria politica di qualcuno contro qualcun altro, ma come il segnale, ancora una volta, di un Paese che, quando si tratta di toccare certi equilibri, si ferma, riflette e sceglie. Perché è vero: questa riforma nasceva anche da un malessere reale. Troppe ingiustizie percepite, errori giudiziari che hanno segnato vite, famiglie, reputazioni. Processi infiniti, da una giustizia che spesso arriva tardi o non arriva affatto. Anche da una sensazione diffusa di ingerenza della magistratura nella politica, che negli anni ha alimentato diffidenza e tensione. Tutto questo è reale. Tutto questo pesa. Ma proprio per questo ci si aspettava una risposta all’altezza… e invece no. Perché questa riforma, nel concreto, non garantiva nulla su ciò che davvero interessa ai cittadini. Nulla sulla responsabilità civile dei giudici. Nulla sulla durata dei processi. Nulla su quei problemi quotidiani che rendono la giustizia distante, faticosa, a volte ingiusta. Lo hanno detto, paradossalmente, gli stessi esponenti del governo durante la campagna: non era una riforma che interveniva su questi aspetti. E allora la domanda è diventata inevitabile: a chi serviva davvero? Non certo a chi ha un contenzioso con il vicino di casa che dura da anni, non a quella donna che vive nella paura di uno stalker che le assilla la vita, non a chi, per mancanza di risorse economiche, è costretto a patteggiare perché non può permettersi un processo. Questa era un’altra cosa. Era una riforma costruita dentro i palazzi, per i palazzi. Una riforma che interveniva sugli equilibri tra poteri dello Stato, ridefinendo, di fatto, il rapporto tra politica e magistratura. Più controllo, più indirizzo, più peso politico su un ordine che dovrebbe restare autonomo, anche se con maggiori regole. E qui si è accesa la spia, cari amici lettori, perché quando si percepisce che una riforma non nasce per risolvere problemi concreti ma per ridefinire equilibri di potere, gli italiani prima o poi (già visto in passato) reagiscono. C’è poi un altro elemento a mio avviso, ancora più profondo: la Costituzione. Gli italiani non la citano ogni giorno, non la brandiscono come una bandiera. Ma ne hanno un rispetto radicato, quasi istintivo. È il patto che tiene insieme il Paese. E ogni volta che si prova a modificarla in modo ampio, strutturale, “di sistema”, scatta qualcosa. Una sorta di anticorpo civile. È già successo ed è successo ancora. Perché una cosa è migliorare, aggiornare, intervenire con precisione. Un’altra è mettere mano agli equilibri fondamentali. E allora questo voto dice molto più di quanto sembri. Dice che il referendum non è stato vissuto come una partita politica. E infatti l’elettorato si è smistato trasversalmente tra i partiti, rompendo gli schemi. Non c’è stato un fronte compatto, ma una scelta diffusa, libera, personale. Dice anche un’altra cosa, forse la più importante. Sono tornati i giovani. In un tempo di disaffezione, di astensionismo crescente alle politiche e alle amministrative, il referendum ha riportato alle urne una parte di Paese che sembrava distante. Un segnale forte. Non perché si fidino dei politici. Ma perché, quando si tocca la Costituzione, si muovono le coscienze e questo dovrebbe far riflettere. Perché significa che la fiducia nei partiti è fragile, ma il legame con i principi fondamentali è ancora vivo. Molto più di quanto si pensi. C’è chi dice No, dunque e non lo fa per conservatorismo, ma per lucidità. Non per paura del cambiamento, ma per rispetto delle regole. Non per difendere qualcuno, ma per difendere un equilibrio. Forse, più che una bocciatura politica, questo voto è un richiamo. Un invito a tornare all’essenziale: riforme utili, concrete, che migliorino davvero la vita delle persone. Perché alla fine, fuori dai palazzi, la domanda resta sempre la stessa: la giustizia funziona meglio per me, cittadino? Se la risposta è no, allora, semplicemente,
c’è chi dice no.

                                                                                                          Michele Celeghin

In apertura