
La sindrome dell’intestino irritabile è una delle patologie intestinali più comuni che interessa fino al 10 per cento della popolazione occidentale ed è più frequente nelle donne. È un disturbo con andamento cronico ricorrente caratterizzato dal dolore addominale e alterazione della funzionalità intestinale. Si manifestano stipsi, diarrea o alternanza delle due e il dolore addominale migliora dopo l’evacuazione. La riacutizzazione dei sintomi coincide con eventi stressanti sia di tipo fisico che psichico. Chi soffre di intestino irritabile presenta spesso anche ansia, emicrania e fatica cronica. È una patologia caratterizzata da disturbi intestinali in assenza di lesioni a carico dell’intestino. Le cause sono molteplici e spesso non è riconoscibile un singolo fattore scatenante. Si indica intestino irritabile se il dolore addominale si è presentato una volta al mese per almeno tre mesi, insorto almeno sei mesi prima della diagnosi, associato a un cambiamento nella frequenza o nell’aspetto delle feci. Per la diagnosi non esiste un test specifico ma si basa su un’accurata visita gastroenterologica. La terapia consiste nel trattamento dei sintomi riferiti dal paziente e quindi varia da persona a persona. Sicuramente importante è l’educazione alimentare e lo stile di vita. Le modifiche alimentari devono essere indicate da un nutrizionista per evitare carenze alimentari. Bisogna fare attività fisica e idratarsi correttamente. Per alleviare il dolore addominale si può ricorrere a farmaci antispastici oltre ai probiotici e antidiarroici nei pazienti con diarrea come sintomo dominante. Per evitare o ridurre il problema del gonfiore e crampi è consigliabile mangiare con moderazione alimenti che contengono o producono gas come le bibite gassate, ortaggi come broccoli, piselli, verza, legumi come fagioli, lenticchie e cibi fritti o molto grassi. Negli ultimi anni, per ridurre i disturbi provocati dalla sindrome dell’intestino irritabile, è stata proposta una dieta a basso contenuto di carboidrati fermentabili alimentari, i cosiddetti Fodmap. Sono contenuti per esempio nella farina di frumento, nel latte e latticini, in alcune verdure e frutti. Questa dieta consiste in tre fasi: restrizione degli alimenti Fodmap, reintroduzione graduale dei Fodmap e infine personalizzazione della dieta a basso contenuto di Fodmap. Questo percorso viene fatto sotto controllo del gastroenterologo o del nutrizionista.
Dottoressa Elisa Sbrogiò – Farmacia comunale di Salzano